DALLO SCUDO DI ACHILLE AD OGGI: NOZIONE DI GIUSTIZIA NELL’ARTE
Prima
ancora di essere codificata nei tribunali, la giustizia è stata raffigurata
nell’arte.
Tra
le più antiche rappresentazioni artistiche della giustizia vi è il celebre
scudo di Achille, descritto nell’Iliade, nella prima ἔκφρασις letteraria (l'excursus latino) della storia di Omero.
La
descrizione dell’oggetto epico (e delle scene su di esso incise) è l’occasione
per comprendere l'idea di giustizia nel mondo greco: l’arte poetica di Omero si
fa strumento di conoscenza e istruisce il lettore sulla figura di dike,
la giustizia ‘umana’.
Nel
poema (libro 18, 468-616), leggiamo che lo scudo è decorato con cinque cerchi
concentrici che rappresentano il cosmo: nel secondo cerchio vediamo due città,
rispettivamente descritte in tempo di guerra e in tempo di pace. La prima è
assediata dal nemico e difesa coraggiosamente dai suoi abitanti; nella
seconda si festeggia un matrimonio e si celebra un giudizio davanti al popolo
riunito nella piazza.
“E
v’era del popolo nella piazza raccolto: e qui una lite
sorgeva:
due uomini leticavano per il compenso
d’un
morto; uno gridava d’aver tutto dato,
dichiarandolo
in pubblico, l’altro negava d’aver niente avuto:
entrambi
ricorrevano al giudice, per aver la sentenza,
il
popolo acclamava ad entrambi, di qua e di là difendendoli;
gli
araldi trattenevano il popolo; i vecchi
sedevano
su pietre lisce in sacro cerchio,
avevano
tra mano i bastoni degli araldi voce sonore,
con
questi si alzavano e sentenziavano ognuno a sua volta;
nel
mezzo erano posti due talenti d’oro,
da
dare a chi di loro dicesse più dritta giustizia.”
Giustizia e sapere
L'ellenista
Giuseppe Lentini ha analizzato la scena giudiziaria dello scudo e ne ha
estratto un concetto di giustizia che dipende dalla sapienza: solo chi
comprende la verità e quindi è ἵστωρ (colui che sa, il sapiente, dal verbo οἶδα)
è capace di essere giusto e di ristabilire l'uguaglianza, perché, dal momento
che conosce tutto, dispone di una visione completa del problema e delle sue
soluzioni. La soluzione della contesa sta nel ripristinare l'uguaglianza,
compito che spetta ai γέροντες (gli anziani) seduti in cerchio, forma
geometrica che rappresenta la parità, in quanto tutti sono equidistanti dal
centro.
I
particolari formali (il cerchio sacro, gli scettri impugnati dai γέροντες)
sono tipici dell’immaginario greco arcaico, ma la scena rivela in realtà una
concezione più avanzata del diritto, in cui alla vendetta privata si è
sostituita la prassi del risarcimento.
Composizione autoritativa
Lo
scudo documenta la fase in cui è già superata la norma primordiale del diritto
in ambito familiare, secondo la quale il sangue dell’ucciso va vendicato col
sangue del suo uccisore o di un suo consanguineo. Tale modalità di vendetta,
detta composizione violenta (perché risolve la lite con la forza), è
sostituita dal risarcimento in denaro. Le due parti non si limitano a una composizione
volontaria (in cui si giunge a un accordo spontaneo), bensì scelgono una composizione
autoritativa, che prevede il riconoscimento e l’intervento di una parte
terza (gli anziani, in questo caso, ai quali spetta la decisione sul quantum
del risarcimento): la risoluzione della controversia assume le fattezze di una
vera e propria pratica comunitaria.
Dike come “sentenza”
È
proprio in questo passaggio dalla violenza alla decisione condivisa che
possiamo cogliere il significato stesso di “giustizia”. In greco dike
deriva da δείκνυμι, che vuol dire mostrare, indicare (la troviamo parallelamente
nella lingua latina, nell'espressione "ius dicere"): in Omero è
quindi la “formula” che risolve una controversia, è la giustizia come verdetto,
la risoluzione del conflitto. Nella città in pace si cerca una composizione:
qui la parola "giustizia" sta a significare sentenza, cioè
pronuncia che risolve un conflitto.
Questo
fa giustizia, perché il risultato è che le parti in conflitto si pacificano.
Se
prima dike indicava la formula con cui si risolveva un conflitto tra due
persone (dike che veniva pronunciata e metteva d'accordo), ora questo termine
serve a pacificare e diventa giustizia nel senso in cui la intendiamo noi.
‘Dike’
diventa l'espressione della giustizia stessa: quando essa interviene per
mettere fine al potere della forza (e alla composizione violenta) si identifica
con la virtù della giustizia e colui che ha la dike (in quanto risulta
ad essa “idoneo”, come abbiamo visto prima) è giusto.
Perciò,
se crediamo che dike significhi originariamente giustizia, cadiamo in
errore: all'inizio significa sentenza; poi il fatto che la sentenza produce
giustizia comporta un cambiamento di significato.
Questa
capacità del concetto di dike di produrre effetti reali spiega anche
perché i greci all'inizio consideravano la giustizia come qualcosa di laico,
una tecnica, come direbbe Kelsen, un modo di risoluzione delle νείκη (le
controversie) che era all'ordine del giorno.
Mitologia: custode dell’Olimpo
Al
contempo però, non possiamo dimenticare che dike con la "D"
maiuscola è una dea: troviamo questo termine usato per la prima volta come nome
proprio di divinità in Esiodo (in Le opere e i giorni). Custode dell’Olimpo e
regolatrice delle stagioni insieme alle sue sorelle Ore (Eunomia e Irene), Dike
discende da Zeus e da Themis, anch’essa dea della giustizia. Themis recupera la
radice di τίθημι (‘porre in essere’) e indica qualcosa ‘che viene posto
dall’alto’: in questa sfumatura di significato, corrisponde a un diritto
sacrale e alla giustizia divina. Il fatto che Dike (la giustizia umana)
discenda da Themis (la giustizia divina) non è casuale, anzi si tratta di un
legame di parentela fondamentale: la madre svolge il ruolo di “modello”, la
figlia di “esecuzione pratica". Dike, applicando tra gli umani i principi
divini della madre, aspira a Themis, la quale garantisce che la giustizia operata
dalla figlia sia in armonia con quella divina.
Per
entrambe le dee, madre e figlia, la giustizia ha la stessa finalità: punire chi
si macchia di ὕβρις, la tracotanza, il tentativo di eguagliare gli dei. È infatti
insita nell’uomo greco arcaico la consapevolezza di dover trascorrere la
propria esistenza in modo conforme al volere degli dei: la giustizia umana è
determinata e garantita dall’alto, dalla divinità.
Giustizia nella nostra arte
Questa
parentela fra dee apre una nuova riflessione, che interessa l’uomo dai tempi
più antichi: la giustizia è un ideale celeste o una tecnica umana? Cioè, è più
giusto considerare la giustizia come qualcosa cui dobbiamo aspirare, oppure
come qualcosa di pratico da utilizzare per risolvere le controversie (come
quella rappresentata nello scudo)?
Come
abbiamo detto, le arti ne danno interpretazioni differenti, ma tutte eloquenti:
Omero declina la giustizia nel senso di dike (che, ricordiamo, ha
inizialmente significato di mera “sentenza”) ad appannaggio dei soli sapienti,
Esiodo ne illustra le origini divine… e così via fino ai giorni nostri.
Riflettendo
proprio su questo, un’altra domanda sorge spontanea: quali rappresentazioni
artistiche contemporanee della giustizia abbiamo? E innanzitutto, ne
abbiamo?
Sicuramente
attorno a noi la giustizia è rappresentata sotto forma di simboli, in
particolare nei luoghi istituzionali in cui ad essa si aspira e la si mette
in pratica (per mantenere il “dualismo” fra le dee): i tribunali, il
parlamento, le corti… Ma per l’appunto si tratta di simboli, che, pur in tutta
la maestria artistica con cui sono realizzati, fungono da “segnali
d’indicazione” (cioè informano che quello è il luogo della giustizia).
Ciò
che ricerchiamo qui, a fronte della riflessione condotta finora, sono
“trasposizioni” del puro concetto di giustizia in forma artistica. Sembra
impossibile trovare uno “scudo di Achille” contemporaneo: sembra che l’arte
recente, invece di raffigurare la giustizia come concetto ideale, sia più
incline a rappresentare le ingiustizie.
Uno
dei quadri più preziosi del secolo scorso è l’emblema di questa tendenza: in Guernica
(1937), Picasso problematizza la questione della giustizia. L’ispirazione nasce
da un fatto di cronaca particolare (il bombardamento di Guernica), che, per la
violenza con cui si consuma, induce noi tutti, e l'artista in primis, a
confrontarsi con il momento in cui la giustizia viene meno, in cui è negata.
Forse Guernica ci dice questo: l'uomo moderno, nel momento della
creazione artistica, fatica a riconoscere la giustizia come ideale
“affermativo”, come pura meta, perché questo ideale è continuamente messo alla
prova e messo in discussione. Della giustizia non solo ci manca uno scudo che
la rappresenti, ma anche una dea che la incarni e dei sapienti che la
amministrino… non riusciamo a concepire artisticamente la giustizia perché
fatichiamo a individuarla nella sua forma più alta e più pura.
La
questione resta aperta: a Voi l'opportunità di confrontarVi con essa, nella
certezza di poter trovare nell’arte molteplici chiavi di interpretazione della
realtà.
Autrice: Sara Maria Salamone
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1: “Lo Scudo d’Achille” di Alessandro Romano, bronzo, 1988
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2: dettaglio: le nozze in “Lo Scudo d’Achille” di Alessandro Romano
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3: dettaglio: il giudizio in “Lo Scudo d’Achille” di Alessandro Romano