Contratti nel Cinema: Tutele e Normative tra Italia e USA

 


Nel vasto mondo del cinema, i contratti rappresentano un pilastro fondamentale che permette alla macchina produttiva di funzionare in maniera efficiente, nel rispetto dei diritti e delle esigenze di tutti i lavoratori coinvolti. Ma cosa cambia per un lavoratore del cinema italiano rispetto a uno americano? E come si articola la normativa che regola i loro rapporti di lavoro? Questo articolo esplora le peculiarità dei contratti nel settore cinematografico, soffermandosi sia sulle figure più visibili, come gli attori, sia su ruoli meno noti ma altrettanto essenziali: dai tecnici agli sceneggiatori, dai montatori ai costumisti.

In Italia, il settore cinematografico trova la sua regolamentazione nel Testo Unico dello Spettacolo, ma il rapporto di lavoro è regolato in gran parte dal diritto del lavoro e dal contratto collettivo nazionale dei lavoratori dello spettacolo. Questo contratto collettivo si propone di garantire tutele essenziali, come l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e una retribuzione equa. Le figure del cinema vengono considerate lavoratori subordinati o autonomi, con diritti diversi a seconda della tipologia contrattuale. Ad esempio, per gli attori e i registi, i contratti sono spesso di tipo autonomo, mentre per i tecnici e altri ruoli di produzione il contratto tende a configurarsi come subordinato.

Un esempio interessante è rappresentato dal film La grande bellezza (2013) di Paolo Sorrentino. Alcuni dei tecnici e attori secondari coinvolti lamentarono la mancanza di diritti residuali sul film, nonostante il grande successo internazionale e i numerosi premi ricevuti. Questo episodio sollevò un dibattito sull'importanza di prevedere nei contratti degli interpreti secondari e dei tecnici delle clausole che riconoscano una percentuale sugli incassi futuri, una prassi molto più comune nel sistema americano.

Negli Stati Uniti, il sistema è noto per essere regolamentato da una rete di potenti sindacati come la Screen Actors Guild (SAG-AFTRA), la Writers Guild of America (WGA), e la Directors Guild of America (DGA). La contrattazione collettiva è qui centrale: ogni sindacato negozia periodicamente accordi con i principali studi cinematografici, stabilendo compensi, condizioni di lavoro e benefit. I contratti americani presentano una forte enfasi sulla tutela della proprietà intellettuale e dei diritti di immagine, specialmente per figure come sceneggiatori e registi.

Nel caso di Fight Club (1999) di David Fincher, il rapporto contrattuale tra il regista e la casa di produzione fu oggetto di controversie a causa di una serie di modifiche apportate al montaggio finale. Fincher, noto per il suo perfezionismo e per la cura estetica delle sue opere, era inizialmente contrario alla versione finale distribuita. Tuttavia, i termini contrattuali non prevedevano per il regista l’ultima parola sul montaggio, lasciando alla produzione la facoltà di decidere. Questo caso evidenzia l’importanza di definire chiaramente nei contratti il diritto finale sul montaggio, diritto che registi celebri e affermati ottengono spesso nei contratti, ma che è raro per registi meno noti.

Di recente, il settore è stato scosso da uno sciopero significativo: la Writers Guild of America ha sospeso la sua attività nel 2023, protestando contro le condizioni contrattuali offerte dai grandi studi, specialmente per quanto riguarda la remunerazione legata alla distribuzione su piattaforme di streaming. Questo evento ha riportato l’attenzione sull’importanza di contratti che riflettano le nuove modalità di fruizione dei contenuti cinematografici, una sfida che anche il sistema italiano dovrà presto affrontare.

La comparazione tra il sistema italiano e quello americano mostra come il primo sia ancora incentrato sul principio di subordinazione del lavoratore allo studio, con poche eccezioni. Tuttavia, la crescente popolarità delle piattaforme di streaming e la frammentazione del pubblico aprono nuovi orizzonti, ponendo l’accento sulla necessità di un’evoluzione contrattuale che possa tutelare maggiormente tutti i professionisti coinvolti. Un esempio è quello di Roma (2018) di Alfonso Cuarón, dove lo studio di produzione Netflix, su pressione dei sindacati e dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, negoziò contratti che includevano una distribuzione nei cinema, garantendo al film una possibilità di accesso ai premi e quindi visibilità e crediti significativi per il cast tecnico.

In conclusione, i contratti nel settore cinematografico rappresentano un punto di equilibrio tra la tutela dei diritti dei lavoratori e la flessibilità necessaria per far fronte alle sfide di un’industria in costante evoluzione. Sia in Italia che negli Stati Uniti, il dibattito sul giusto compenso e sulle condizioni di lavoro continua a essere attuale e di grande importanza, rendendo indispensabile una regolamentazione che sia al passo con le esigenze dei lavoratori e con l’evoluzione tecnologica e culturale del settore.

Autori:

Marco Alibrando,
Giacomo Geri,
Andrea Spandrio.