Dalla proibizione alla libertà espressiva musicale

La musica è da sempre veicolo di espressione di dissenso e nel costante dialogo con la censura è riuscita ad indirizzare e trasformare decenni caratterizzati da fermento politico e contestazione sociale. I testi scomodi dei cantautori di fine anni ’60 sono oggi convertiti in sonorità provocatorie dagli artisti suburbani, ai quali si deve riconoscere la stessa sensibilità dei colleghi del secolo scorso a temi quali la guerra, l’alienazione e la marginalità. Invero, risulta pacifica la maggiore libertà d’espressione musicale di cui godono gli artisti contemporanei; questa “esenzione” dalla censura ha però sollevato svariati interrogativi riguardo ad un’eventuale responsabilità sociale dei musicisti e alla necessità di interventi giuridici per ciò che concerne i contenuti violenti rilevabili all’interno dei testi. A tal proposito, si può parlare di traguardo raggiunto nell’eliminazione dei vincoli alla libertà artistica o di banale attenuazione della censura stessa? Quali sono le implicazioni sul piano sociale e culturale?

 

A partire dagli anni ’60 la musica assume un ruolo prevalente nel contrasto alle istituzioni:  cantautori come Fabrizio De André, Gianni Morandi e Francesco Guccini utilizzano la musica  per parlare alle masse. Tali artisti devono nondimeno fare i conti  con un regime culturale conservatore che cerca di controllare le espressioni artistiche più radicali. La censura, oltre a vertere sul linguaggio, è principalmente una questione ideologica dove non sono soltanto le canzoni a sfondo politico ad essere osteggiate ma sono considerati temi proibiti ed immorali anche l’omosessualità ed il divorzio. 

 

Tra i casi di censura a sfondo politico più emblematici vi è senza dubbio La guerra di Piero del maestro De André. Questo inno pacifista e antimilitarista lanciato nel 1966, periodo di tumultuosi contrasti a livello globale a fronte del conflitto in Vietnam, si è visto criticato e censurato dalle autorità in quanto ritenuto sovversivo. La stessa sorte tocca invero anche al collega Morandi che esce nello stesso anno con la sua C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones. Il testo provoca perfino un’interrogazione parlamentare, per via della fraterna alleanza con gli Stati Uniti, che costringe Gianni ad edulcorare il contenuto del brano. 

 

La censura, come detto poc’anzi, non si limita ai soli brani che criticano i vertici del potere. Talvolta finiscono nel mirino delle autorità anche quelle canzoni che parlano al pubblico in maniera eccessivamente libertina per la moralità dell’epoca: dalla religione alla sessualità sono molti i temi ritenuti proibiti. Lucio Dalla presenta al Festival di San Remo del 1971 Gesùbambino, oggi conosciuta come 4/3/1943, data di nascita del musicista, a fronte delle pressioni esercitate dall’organizzazione della manifestazione sull’artista, il quale si trova inoltre costretto a modificare il ritornello. Difatti, la strofa e ancora adesso che gioco a carte e bevo vino / per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino, che ancora oggi possiamo ascoltare immutata, in origine è e ancora adesso che bestemmio e bevo vino / per i ladri e le puttane mi chiamo Gesù Bambino. Epilogo simile si verifica anche per la autobiografica Luci a San Siro di Roberto Vecchioni (1971) e Questo piccolo grande amore di Claudio Baglioni (1972), anch’essi costretti a modificare alcune strofe ritenute smodatamente esplicite e scandalose.

 

Nella cornice temporale in cui si inseriscono gli avvenimenti di cui sopra, giova ricordare come il sentire comune è ampiamente influenzato dal cattolicesimo e che dunque, alla base della morale italiana degli anni ’60 e ’70, vi sono principi religiosi fortemente in contrasto con il linguaggio comunicativo di determinati artisti. Anche coloro che non affrontano mai direttamente questioni politiche, quali Franco Battiato e Lucio Battisti, si oppongono invece apertamente alla moralità borghese e alle convenzioni sociali. Nonostante ciò vi sono casi, come ad esempio Dio è Morto interpretato dai Nomadi, il cui testo scritto da Guccini richiama esplicitamente la visione nietzchiana della religione quale menzogna consolatrice, in cui la Chiesa agisce controcorrente e attraverso Radio Vaticana trasmette il singolo, cosa che al contrario non fece la Rai.

 

Il contesto politico e sociale muta e diviene più permissivo a partire dagli anni ’80: si assiste ad un graduale allentamento della repressione culturale e conseguentemente la censura diminuisce la sua pressione. La progressiva globalizzazione, così come la fine degli ultimi regimi autoritari, alterano la percezione di determinati temi avvertiti precedentemente come tabù, quali la sessualità e le droghe. Il nuovo panorama musicale italiano non è tuttavia ancora totalmente slegato dal giogo della censura in senso assoluto e, segnatamente, permangono i limiti imposti dall’industria discografica e dalle emittenti radiofoniche. 

 

Di limiti alla libertà di espressione se ne può parlare anche in ambito strettamente legale. Indubbio è il riferimento normativo all’Art.21 della nostra Costituzione, il quale sancisce essere diritto fondamentale la libertà di espressione in senso lato e, dunque, includendo anche la libertà di critica alle istituzioni, ai governi ed alle autorità. I limiti a tale facoltà sono giustificati da esigenze di ordine pubblico, di sicurezza nazionale e di tutela di altri diritti fondamentali. Nonostante l’ampia protezione costituzionale, vi sono però altre norme che regolano e limitano la libertà di espressione: tra le altre, è di nostro interesse la coppia composta dagli articoli 414 e 415 del codice penale, rispettivamente Istigazione a delinquere e Istigazione a disobbedire alle leggi. Questi articoli sono diretti a punire chiunque diffonda idee che possano incitare alla violenza ed alla commissione di reati o chiunque faccia apologia di crimini.

 

Nel panorama musicale odierno sono diversi gli artisti suburbani a cui è stata accostata la violazione dei precedenti articoli del codice penale. La trap, sottogenere della musica rap che si è sviluppata quale espressione degli ambienti sottoproletari urbani, oggi rappresenta uno dei generi più popolari e discussi e, a differenza del cantautorato, sembra godere di una specie di immunità rispetto alle tradizionali forme di censura. I testi affrontano tematiche quali la povertà, la criminalità, il consumismo, la violenza e la marginalità; temi, questi, che sono parte integrante della realtà sociale quotidiana di molti giovani delle periferie. Ciò che però viene per lo più contestato nella rappresentazione di queste scene violente, che sfidano già di per sé la moralità (o ciò che ne rimane), è l’approccio degli artisti, spesso percepito come machista, misogino e perpetrante modelli di comportamento dannosi per i più giovani. Nonostante ciò la musica trap non viene mai censurata. 

 

Questa disparità di trattamento può essere analizzata sotto vari aspetti. 

Da un lato la motivazione potrebbe essere rilevata nelle necessità economiche e nelle dinamiche di mercato. Questo genere di musica viene consumato prevalentemente dalle nuove generazioni attraverso i canali digitali, mezzi che ubbidiscono a regole diverse rispetto agli strumenti a disposizione negli anni ’60 per via della loro dinamicità e della velocità di assorbimento. Di conseguenza l’industria musicale parrebbe essere meno incline ad intervenire sui contenuti dei brani adottando un approccio più lassista. Nonostante la percezione attenuata della censura, permane una critica sociale molto forte nei confronti di taluni artisti, segnatamente da parte di istituzioni e gruppi sociali preoccupati per le conseguenze che determinati testi possano avere sui più giovani. Questo ha portato ad una sorta di autocensura e regolazione dei contenuti da parte degli stessi musicisti per risultare più consumabili, in quanto anch’essi soggiacciono alle medesime dinamiche di mercato.

Dall’altro lato potrebbe essere una diretta conseguenza dell’attribuzione alla libertà di espressione di quel valore assoluto costituzionale di cui sopra. Inoltre la trap, come lo sono stati anche altri generi e correnti artistiche di carattere provocatorio, è senza dubbio una forma di espressione artistica e in quanto tale libera da pressioni sociali di ordine contrario. Da questo punto di vista, la cultura post moderna è sicuramente stata decisiva nel relativizzare il giudizio morale sulle forme di espressione.



Autore: Giacomo Geri.