Quando la moda non produce "capolavori": il caso Birkenstock

Introduzione

Stilisti e designers sono noti e apprezzati globalmente per la loro straordinaria e personale capacità di osservare e interpretare le differenti realtà e epoche che colorano il mondo attraverso il linguaggio dell’abbigliamento, che nella società attuale ha ormai preso il posto delle arti figurative tradizionali e adesso, durante festival e fashion weeks tra Parigi, Milano e New York, riconosce nei creative directors i nuovi Michelangelo e Raffaello dei nostri giorni. Se Coco Chanel, Gianni Versace e Giorgio Armani sono nomi e volti più che noti nel panorama mondiale, lo stesso non può dirsi, almeno legalmente, per Karl Birkenstock, calzolaio e autore del celeberrimo marchio di calzature che porta il suo nome, e in particolare di alcuni modelli realizzati negli anni ’70 che, stando al parere dei giudici tedeschi, non possono essere considerati opere d’arte.

Di recente, infatti, precisamente il 20 febbraio 2025, la Corte Federale di Giustizia tedesca ha emesso una sentenza storica, negando ai sandali Birkenstock lo status di “opere d’arte applicata” e, di conseguenza, la protezione del diritto d’autore, che tra le varie facoltà sancisce anzitutto un chiaro e assoluto divieto di riproduzione o imitazione dell’opera. La decisione conclude un contenzioso iniziato nel maggio 2023, quando il marchio tedesco aveva accusato i concorrenti Tchibo, shoe.com e Bestseller di violazione della proprietà intellettuale per aver commercializzato calzature simili ai suoi modelli iconici. La sentenza ribalta le aspettative di Birkenstock, che mirava a estendere la tutela legale oltre i 25 anni previsti per il design industriale, sfruttando i 70 anni post mortem auctoris garantiti dal “copyright”, segnando un punto di svolta nell’ambito della tutela legale dei prodotti industriali.


Contesto storico ed evoluzione del marchio

Fondata nel 1774 a Langen-Bergheim, in Germania, Birkenstock iniziò come produttore di calzature ortopediche per pazienti con patologie podaliche. La svolta avvenne negli anni ‘60, quando Karl Birkenstock introdusse la suola anatomica in sughero e lattice, progettata per distribuire il peso corporeo in modo uniforme. Nonostante l’iniziale scetticismo del settore moda (i sandali furono derisi alla fiera di Düsseldorf del 1963), il design conquistò la controcultura statunitense negli anni ’70, diventando simbolo di anticonformismo. Dagli anni ’90, collaborazioni con stilisti come Margiela e Proenza Schouler trasformarono i sandali in oggetti di culto, venduti a prezzi premium.


La strategia legale: oltre il design industriale

Dal 2020, Birkenstock ha intensificato la lotta contro le imitazioni, depositando oltre 200 denunce annue in Europa. Tuttavia, la protezione del design industriale, limitata a 25 anni in molti paesi tra cui la Germania (dove Birkenstock ha la sua sede legale), si è rivelata insufficiente per modelli come Madrid (1954) e Arizona (1973). L’azienda ha quindi puntato sul diritto d’autore, sostenendo che i sandali incarnavano “un’individualità artistica” paragonabile a opere di architettura o design d’autore.


Analisi giuridica: arte vs. design industriale

Venendo alle fonti normative, ricordiamo che nell’ordinamento tedesco, per accedere alla tutela del diritto d’autore (che in Germania, come in tutti i Paesi dell’UE, scade decorsi 70 anni dalla morte dell’autore) i sandali in questione devono anzitutto potere essere considerati opere d’arte applicata ai sensi dell’art. 2(1) n. 4 della Legge tedesca sul diritto d’autore e sui diritti connessi (Urheberrecht 9 ottobre 1965 e successive modifiche). Inoltre, le opere d’arte applicata in questione devono essere dotate di carattere creativo ai sensi del secondo comma del medesimo articolo, il quale recita esplicitamente che “Sono considerate opere ai sensi di questa legge solo le opere dell'ingegno di carattere creativo”. 

In questo la legge tedesca differisce ad esempio dalla corrispondente norma italiana, che per la tutela delle opere del disegno industriale (categoria prevista al n. 10 dell’art 2 della Legge del diritto d’autore) introduce un requisito ulteriore a quello del carattere creativo, consistente nel riconoscimento del cosiddetto “valore artistico”, con cui si allude all’esistenza di un elemento estetico che consenta di distinguere un’opera d’arte da un prodotto di carattere meramente industriale. A tal fine, la giurisprudenza ha individuato quali indici rilevanti di artisticità di un’opera riconoscimenti collettivi da ambienti culturali come l’esibizione in mostre o le recensioni di esperti, così come la vendita del prodotto nel mercato artistico e non in quello commerciale, nonché l’attribuzione di un prezzo elevato e quindi superiore al mero valore commerciale (a tal proposito si possono citare alcune sentenze che hanno riconosciuti opere d’arte alcuni prodotti come le chaise-longue di Le Corbusier, lo scooter Vespa di Piaggio e i doposci Moon Boot, per i quali l’esposizione al Louvre in occasione di una mostra temporanea ha costituito un elemento determinante)


Il contenzioso giudiziario in Germania

Tornando in Germania e analizzando le argomentazioni delle parti, Birkenstock ha fondato la sua pretesa (e successivamente difesa) su due pilastri: anzitutto l’intenzionalità creativa del prodotto (requisito legalmente necessario al riconoscimento dello status di opera d’arte), per cui Karl Birkenstock, secondo l’avvocato del marchio Konstantin Wagner, avrebbe perseguito un “ideale estetico” oltre alla funzionalità delle calzature, elevando così i sandali a opere d’arte applicata; inoltre l’originalità artistica che, sebbene non sia strettamente rilevante al fine di sussumere il caso di specie entro la fattispecie definita dalla norma tedesca, costituirebbe un elemento rafforzativo della tesi sostenuta da Birkenstock: i sandali infatti, combinerebbero elementi estetici ispirati al brutalismo e al movimento Bauhaus, con una silhouette riconoscibile e proporzioni armoniche, così da rendere inequivocabile il valore artistico che contraddistingue tali modelli.

I convenuti (Tchibo, shoe.com, Bestseller) invece hanno replicato evidenziando la predominanza della funzione sull’estetica: la suola rialzata, i cinturini regolabili e il tallone incavato rispondono a esigenze funzionali, come la distribuzione del peso corporeo e il supporto ortopedico, certamente non artistiche.

Le decisioni dei tribunali sono state contrastanti, proprio a significare la complessità che questioni di tale genere portano con sé e il dibattito che esse implicano: se infatti in primo grado il Tribunale di Colonia (2023) si è pronunciato favorevolmente a Birkenstock, riconoscendo il “copyright” sui modelli Arizona, Madrid, Boston eGizeh, in sede di appello il Tribunale Regionale Superiore di Colonia (2024) ha proceduto ha ribaltare la sentenza: i giudici hanno sottolineato come il design derivi da “vincoli tecnici e funzionali”, con scelte dettate dalla praticità anziché dalla creatività, che invece richiede una certa libertà progettuale, cioè l’assenza di vincoli funzionali che limitino le scelte estetiche. 

Infine, nel febbraio 2025, la Corte Federale di Giustizia ha confermato la decisione d’appello. La sentenza definitiva stabilisce che i sandali, pur essendo “icone del design”, non superano la soglia di creatività richiesta per le opere d’arte: la Corte ha infatti rilevato che elementi come lo spessore della suola o la larghezza dei cinturini sono determinati da requisiti ergonomici, lasciando poco spazio all’innovazione artistica. La sentenza cita precedenti come le già menzionate sedie di Le Corbusier e le automobili Porsche, per le quali la tutela del diritto d’autore fu accordata a fronte di soluzioni progettuali che trascendevano la mera utilità. Al contrario, i sandali Birkenstock sono stati equiparati a oggetti come posate o attrezzi agricoli, la cui forma è inevitabilmente legata alla funzione.

Leggendo la motivazione della sentenza, inoltre, il giudizio della Corte pare concentrarsi principalmente sulla valutazione dello stato soggettivo dell'autore, più precisamente sull'evidenza per cui Mr. Birkenstock avrebbe ideato la forma di quei sandali per fini meramente commerciali. Tale circostanza è stata infatti ritenuta prevalente rispetto alla prova dell'impiego di specifici elementi estetici di design (influenzati dal Brutalismo architettonico), di una lavorazione artigianale e dell'esposizione dei modelli in musei e mostre di design che la stessa Birkenstock aveva allegato.  Il criterio adottato dai giudici tedeschi sembrerebbe quindi voler corrispondere all’orientamento giurisprudenziale europeo, tanto che nella decisione vi è un espresso richiamo alla decisione della Corte di Giustizia del 2019 nel noto caso Cofemel, nella parte in cui è espressamente affermato che la protezione autorale è riservata alle forme espressive capaci di riflettere "la personalità del proprio autore, quali espressioni di scelte creative libere", che nel caso di specie non sussisterebbero.  

La sentenza non è ovviamente andata esente da critiche: alcuni giuristi come Elisabetta Berti Arnoaldi e Francesca La Rocca Sena dello studio legale SENA & PARTNERS, in un articolo pubblicato sulla rivista online Tech Art Shoes, contestano l’eccessiva attenzione rivolta dai giudici alle motivazioni più commerciali che artistiche dei prodotti di Karl Birkenstock: “La valutazione della creatività dovrebbe basarsi sulle caratteristiche oggettive del prodotto, e non sulla finalità perseguita dall’autore al momento della sua creazione”. Altri invece evidenziano come la funzionalità non escluda sempre e necessariamente il valore artistico, citando esempi come le lampade di Philippe Starck.


Implicazioni per il mercato e la proprietà intellettuale

La sentenza autorizza i concorrenti a continuare a produrre sandali simili, purché non riproducano marchi registrati. Tuttavia, Birkenstock ha già annunciato azioni legali in Francia, Italia e Svizzera, dove le normative sul diritto d’autore variano. Inoltre, un ricorso alla Corte di Giustizia UE potrebbe ridefinire i confini tra design e arte a livello sovranazionale.

Ciononostante, Il portavoce del marchio tedesco Jochen Gutzy ha definito la sentenza “deludente ma non definitiva”, sottolineando l’impegno a “proteggere l’eredità del marchio”. L’azienda starebbe infatti valutando l’adozione di tecnologie anticontraffazione, come codici QR tessili e materiali compositi brevettati, così da assicurare la tutela dei propri modelli attraverso strade alternative.

Tuttavia, il verdetto giudiziario segna inevitabilmente un precedente per altri marchi che hanno l’obiettivo di proteggere prodotti iconici oltre la scadenza del design industriale: aziende come Converse (con il modello di scarpe All Star) o Levi’s (con gli iconici jeans 501) potrebbero infatti affrontare ostacoli simili nel rivendicare il diritto d’autore.


Conclusione

La sentenza tedesca si inscrive in un dibattito più ampio sull’intersezione tra arte e design nell’era industriale. Mentre Birkenstock si prepara a nuove battaglie legali, il caso solleva interrogativi cruciali: Dove tracciare il confine tra innovazione funzionale ed espressione artistica? Come adeguare le leggi sulla proprietà intellettuale ai prodotti iconici del nuovo secolo?

La risposta potrebbe arrivare dalla Corte di Giustizia UE, chiamata a bilanciare valori quali la tutela del mercato da un lato e incentivazione alla creatività dall’altro, o anche dalla macchina legislativa europea, da parte della quale non è da escludersi la possibilità di un intervento armonizzatore in materia di diritto d’autore, volto a superare e eliminare le differenze tra le leggi nazionali, che rischiano di creare ostacoli alle attività di progettazione produzione di imprese che, nel contesto del mercato unico, vanno ormai acquisendo un profilo sempre più internazionale e quindi rivolto all’esportazione. Nel frattempo, i sandali Birkenstock restano un simbolo di comfort e stile, anche se, legalmente, solo un “prodotto artigianale”.


Autore: Gabriele Trotta