Restauri digitali e AI: il caso della Ronda di notte

Rembrandt van Rijn (1606 – 1669) passò alla storia come uno dei più grandi pittori della storia dell’arte europea e il più importante di quella olandese. Il suo periodo di attività coincide con quello che gli storici definiscono l’età dell’oro olandese, ovvero il momento in cui i Paesi Bassi diventano una delle potenze più ricche e influenti d’Europa. 

Nel 1642 Rembrandt realizzò un capolavoro esemplare dello stile e della cultura del periodo: “La milizia del secondo distretto sotto il comando del Capitano Frans Banninck Cocq”. L’opera fu rinominata “Ronda di Notte” quando venne spostata nel municipio di Amsterdam nel 1715, dove, a causa della sporcizia e dell’ingiallimento della vernice, la scena appariva talmente scurita da somigliare ad una scena notturna. Inoltre, l’evoluzione del titolo riflette anche il mutamento sociale: ad Amsterdam, nel Settecento, le compagnie di archibugieri, come quella raffigurata, avevano perso importanza e venivano perlopiù utilizzate per la vigilanza notturna. 

L’opera vantava delle misure importanti: 363 x 437 centimetri, che in origine erano ancora più ampie. Tuttavia, dopo la morte di Rembrandt, furono rimossi due pannelli laterali quando fu spostata dalla sua posizione originaria per essere esposta nel municipio di Amsterdam. Era molto comune che le tele venissero tagliate al fine di adattarle al meglio agli spazi dove dovevano essere esposte, esattamente ciò che accadde per la Ronda. “Le parti mancanti sono un grande mistero”, spiegò Pieter Roelofs, capo del dipartimento dipinti e sculture del Rijksmuseum di Amsterdam. 

Oggi, grazie all’avanzamento tecnologico, le parti mancanti sono state ricostruite e possiamo finalmente contemplare ciò che era andato perduto. È cruciale evidenziare la distinzione tra restauro digitale e restauro in senso classico. 

  • Quando si parla di restauro in senso classico, si fa riferimento ad un intervento diretto sull'opera originale, il che lo rende estremamente delicato. L'obiettivo non è quello di creare qualcosa di nuovo bensì di conservare l'opera e renderla leggibile, conservando la sua storia
  • Quando si parla di restauro digitale non si tocca l'opera vera ma si lavora su una foto, scansione o modello 3D. Questo strumento è principalmente usato per ricostruire parti mancanti dell'opera. Non c'è alcun rischio di alterare l'opera reale 

Il cuore del restauro digitale è una Rete Generativa Avversaria (GAN – Generative Adversarial Network), un sistema di intelligenza artificiale progettato per generare immagini realistiche. La GAN è composta da due reti neurali: il generatore (crea nuove immagini) e il discriminatore (valuta quanto queste immagini siano simili a quelle reali). 

Nel caso in questione, la GAN è stata addestrata utilizzando molteplici mezzi: una copia storica del dipinto realizzata da Gerrit Lundens prima dei tagli, le parti conservate dell’originale e una vasta quantità di dati raccolti dal team del Rijksmuseum. Grazie a questa combinazione, la rete generativa ha potuto ricostruire le parti mancanti, in pieno rispetto dello stile del pittore. La riproduzione dell’intelligenza artificiale è stata stampata su dei pannelli che sono stati attaccati, temporaneamente, alla cornice della Ronda. 

Per quanto questa modalità di restauro apporti evidenti benefici – come la possibilità di portare a conoscenza dell'osservatore parti mancanti di un'opera – solleva anche interrogativi profondi sulle implicazioni culturali ed etiche: fino a che punto la tecnologia può sostituire la mano dell’artista? Quanto è affidabile la riproduzione fatta dall'intelligenza artificiale? E soprattutto, quali tutele giuridiche spettano a questa tipologia di restauro? 

Da un punto di vista giuridico, la tematica in questione si ricollega direttamente alle norme in tema di diritto d’autore. In particolare, sono rilevanti l’articolo 1 della Legge 633/1941 e l’articolo 4 della medesima legge. 

  • L’articolo 1 stabilisce che: “Sono protette ai sensi di questa legge le opere dell'ingegno umano di carattere creativo che appartengono alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, all'architettura, al teatro ed alla cinematografia, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione, anche laddove create con l'ausilio di strumenti di intelligenza artificiale, purché costituenti risultato del lavoro intellettuale dell'autore”. La norma stabilisce quali opere sono protette. Il requisito fondamentale è la creatività, cioè un apporto personale dell’autore. Per ciò che concerne l’intelligenza artificiale, deve sussistere un contributo creativo reale da parte dell’autore. Quindi, qualsiasi opera creativa, indipendentemente dalla forma, è protetta dalla suddetta legge, purché sia denotata per l'appunto del carattere creativo. 
  • L’articolo 4  riguarda l’elaborazione creativa di opere preesistenti: “Senza pregiudizio dei diritti esistenti sull'opera originaria, sono altresì protette le elaborazioni di carattere creativo dell'opera stessa, quali le traduzioni in altra lingua, le trasformazioni da una in altra forma letteraria od artistica, le modificazioni ed aggiunte che costituiscono un rifacimento sostanziale dell'opera originaria, gli adattamenti, le riduzioni, i compendi, le variazioni non costituenti opera originale.” 

Il caso della Ronda rientra perfettamente nella categoria disciplinata dall’articolo 4: il restauro digitale consiste in una rielaborazione che introduce elementi nuovi, frutto di un processo interpretativo svolto mediante intelligenza artificiale. Affinché questo restauro possa essere considerato opera dell’ingegno, è necessario che presenti un carattere creativo; quindi, è necessario che vi sia un intervento umano nel processo, come stabilito dall’articolo 1 della stessa legge. È chiaro che la GAM in senso stretto non possa soddisfare il requisito della creatività nel senso inteso dalla norma; la creatività non può coincidere con l’algoritmo in senso stretto. La creatività, però, potrebbe coincidere con le scelte operate dagli esseri umani che prendono parte al progetto, selezionano i dati rilevanti, definiscono dei parametri e interpretano i risultati. Ne consegue che, il requisito della creatività può ritenersi soddisfatto nella misura in cui il risultato finale sia riconducibile ad un’attività creativa umana, non meramente automatica; in tal caso il restauro digitale può beneficiare della tutela prevista per le opere derivate ai sensi dell'articolo 4 della Legge 633/1941. 

 

                        


Autrice: Bianca Lucchinetti